Classico esempio di città medioevale,Pisterzo è una piccola frazione di Prossedi con circa un’ottantina di abitanti ma l’estate si riempie di vacanzieri che amano stare in tranquillità e in luoghi freschi.

Foto di Raffaele Savino

Classico esempio di città medioevale, Pisterzo è un piccolo paese in provincia di Latina situato nella zona montuosa degli Ausoni e sovrastante la vallata dell’Amaseno da cui si ergono i Monti Lepini, a 466 m s.l.m.

Storia

I primi cenni storici di Pisterzo risalgono al 1125, come testimonia il “Chronicon Fossae Novae”, dove con il nome di Terno o Terzo ne viene ricordata la distruzione ad opera delle truppe papali di Onorio II; in quell’anno ricorre anche per la prima volta il nome di Tertium. Tra il 1028 al 1125 venne a formarsi gradualmente il piccolo agglomerato urbano collocandosi a fianco di Prossedi, definita Castrum nel 1027 e di S. Croce, divenuta successivamente Rocca Secca. L’ubicazione dell’allora Terzo era presso la Valle dell’Amaseno, in posizione del tutto diversa dell’attuale e, a testimonianza di ciò, è tuttora presente la “Torre de Pineis”, presso cui si ritiene esistesse Terzo (o Terno). Negli anni a seguire la Valle dell’Amaseno continuò a registrare il passaggio di eserciti imperiali, papali e normanni, rispetto ai quali emerse la presenza dei vassalli dei signori di Ceccano, i quali strinsero alleanze con i vari contendenti del momento.

Furono loro a sottomettere diversi centri della zona, tra cui Terzo. Sotto la dinastia dei Ceccano e precisamente di Landolfo figlio di Giovanni, il nome Terzo venne cambiato in Pisterzo e la sua nuova collocazione urbana divenne quella attuale. Ma con il decadimento dei conti di Ceccano, iniziò anche per Pisterzo un periodo buio. Nel 1425, con l’elezione di Papa Martino V, Ildebrandino dei Conti di Valmontone ne divenne nuovo feudatario. Nel 1478 Pisterzo perviene a Federico, abate di San Gregorio dell’Urbe, che nel 1534 lo trasferisce alla famiglia Chigi di Siena, la quale 10 anni dopo, esattamente il 9 aprile del 1544, cede il feudo a Luca Massimo, sotto cui il paese conobbe un periodo di rinascita. Nel 1600, Camillo Massimo, fece costruire in Pisterzo la nuova chiesa di S. Michele Arcangelo. (restaurata nel periodo 1720-1724 e riedificata nel 1924 in seguito ad un incendio avvenuto nel 1921). Il 28 aprile del 1762, Francesco Camillo Massimo vendette il feudo di Pisterzo al marchese Angelo Gabrielli, il quale ottenne nello stesso anno dal Papa Clemente XIII l’erezione del feudo a principato di cui fece parte anche Prossedi e Rocca Secca. Terminata l’epopea feudale, Pisterzo diverrà appodiato da prima a San Lorenzo (Amaseno) e successivamente a Prossedi, sino all’applicazione del regio decreto 5928/1870 e della legge del 18 agosto 1870, in cui cesserà di esistere la figura degli appodiati. A Pisterzo non resta altro che essere assorbito dal comune di Prossedi, di cui diventa frazione. Nel 1925, viene installata l’energia elettrica. Nel 1934, con la creazione della provincia di Littoria (dal 1946 Latina), Pisterzo insieme con Prossedi, entreranno a far parte della 93esima provincia italiana. Nel 1954 venne collegato il piccolo centro con la vallata attraverso la costruzione della strada. Altra importante opera pubblica fu realizzata nel 1964 con l’acquedotto. La posizione collinare, che in precedenza tanto giovò a Pisterzo isolandolo da tutte le guerre della vallata sottostante, in seguito ne bloccò la crescita e lo sviluppo, rivelandosi un handicap pesantissimo. La difficoltà di ricavare aree edificabili, l’impossibilità pressoché assoluta di erodere territorio alla collina da destinare all’agricoltura, la mancanza di collegamenti stradali sufficientemente agibili, contribuì a quell’emigrazione oceanica che raggiunse il culmine negli anni 50-60. In seguito, sempre negli anni ’60, l’emigrazione è proseguita verso città italiane come Latina e Roma, conducendo così il paese ad un inevitabile spopolamento.

Seconda guerra mondiale

il bombardamento di Pisterzo (Maggio 1944) « Era il mese di maggio del 1944. Il tempo era bello e l’aria limpida. Alle otto di mattina mi trovavo in piazza con alcuni amici in quanto non potevamo andare a lavorare nei campi, quando sentimmo il caratteristico rumore uniforme dei motori delle fortezze volanti. I bombardieri erano divisi in due formazioni, ciascuna di dodici aerei con alcuni caccia che li controllavano volando più in alto. Li guardavamo con curiosità come sempre dirigersi verso Roma, e quando due bombardieri si staccarono dal gruppo abbassandosi verso l’abitato, non ci impensierimmo, pensando che sarebbero andati ancora una volta a colpire il ponte sul fiume Amaseno dove il giorno prima avevano solo distrutto con altro bombardamento la chiesa. Le bombe che sganciarono erano invece dirette sull’abitato di Pisterzo. Pensammo che tutto fosse andato distrutto. Per un miracolo, solo per un miracolo le bombe caddero tutte intorno al paese. La tragedia si era comunque compiuta. Vi furono ugualmente dei morti che io stesso aiutai a trasportare » (Così ricordava il fatto Ricci Michele Farelli che lo aveva vissuto) A seguito del bombardamento, la popolazione che ancora non si era rifugiata in montagna, fu presa dal panico. Fu convinta però a rimanere in loco da un giovane di circa venticinque anni, il quale si affannava a ripetere che era meglio rimanere in paese e che l’episodio non si sarebbe più ripetuto. All’arrivo degli alleati in paese, lo stesso giovane vestito da ufficiale americano, salutò gli amici di Pisterzo e se andò con le truppe alleate rivelando la sua identità. Fino a quel momento era stato ospitato come sfollato in una casa all’ingresso del paese, ed invece era membro dei servizi di informazioni dell’esercito alleato inviato alle spalle della linea tedesca di Cassino per controllare e riferire i movimenti dei nemici. Evidentemente, tramite una trasmittente, era in contatto con l’esercito alleato ed è per questo motivo che si era affrettato a dire alla popolazione di Pisterzo che l’errore del bombardamento non si sarebbe ripetuto.

Emigrazione oceanica

Uno dei momenti più tormentati e dolorosi della comunità di Pisterzo è costituito dal fenomeno dell’emigrazione. La mancanza di lavoro e le cattive condizioni economiche spinsero molte famiglie a lasciare il proprio paese alla ricerca di un futuro migliore e più stabile.

La prima emigrazione avvenne tra il 1908 e il 1914. Molti pisterzani, immigrati in Canada e stanziatisi nel nord dell’Ontario, nelle varie località come Sudbury, North Bay, Capreol, Timmins e Thunder Bay, iniziarono a svolgere lavori pesanti, come nelle miniere e nelle ferrovie, ma che permisero loro di vivere e guadagnare abbastanza da poter mantenere le proprie famiglie rimaste in Italia.

Una seconda ondata migratoria dei capi famiglia avvenne nel 1948/49 e nel 1956/57 e, a differenza del fenomeno precedente, anche i nuclei familiari furono richiamati in Canada determinando la diminuzione demografica, lo spopolamento del centro abitato e l’abbandono dei terreni. In quegli anni, una delle principali destinazioni degli emigrati, fu la città di Toronto (tuttora vi è la più grande comunità italiana presente in Canada). I pisterzani si stabilirono maggiormente nelle zone di Dufferin, St. Clair, Jane-Sheppard e Woodbridge. Trovarono nuove occupazioni e progredirono sempre di più, lavorando nell’edilizia, nel commercio, altri operarono nell’industria, raggiungendo così una buona condizione di vita e ritagliandosi un piccolo spazio all’interno del panorama Canadese, contribuendo al miglioramento economico dello stesso. Oggi i giovani pisterzani sono brillantemente inseriti nella società canadese, frequentano università e tra loro annoverano anche degli ottimi professionisti.

Al fine di preservare le tradizioni e la cultura pisterzana, nel 1980, a Toronto, fu fondato il “The Pisterzo Social and Cultural Club”. In italia, nel frattempo, lo spazio vuoto lasciato dai Pisterzani immigrati in Canada, fu colmato da nuove famiglie limitrofe al paese, le quali acquistanoro case e terreni degli emigrati. Molte di queste abitazioni, divennero, in seguito, una seconda casa di gente proveniente da Latina, da Priverno e da Roma.

Le famiglie che per prime emigrarono in Canada furono quelle dei Cardoni, dei Carcasole, dei Ceccanese, dei Diamanti, dei Falconi, dei Protomanni, dei Pincivero, dei Pagliaroli e dei Ricci (quest’ultima una delle più numerose).